Raccontare il Quilting

Un Amore

Mentre arrancava sugli scalini della breve, romantica salita in mezzo alle case Giovannina , che tutti  chiamavano Nina, si sentiva pesante, aveva un po’ di affanno e non vedeva l’ora di arrivare a casa. Quel   dottorino della ASL, dove tutti i mercoledì si sottoponeva alle inutili terapie  aveva  detto : “ Mi raccomando  signora si deve aiutare con il bastone, sì quello che porta sempre con sé,  purtroppo le canadesi non le possiamo dare più. Il budget non lo permette”,  mentre parlava la guardava e  sorrideva, si capiva che era  imbarazzato.  Tra un po’ non avrebbe potuto più camminare,  lo sapeva bene,  avrebbe avuto bisogno di ben altro,  ma non ci voleva pensare. Camminare era  sì faticoso ma il suo orgoglio era più forte della fatica,  sentiva che ce la doveva fare.

Si appoggiò con una mano al bastone mentre nell’altra teneva il carrello della spesa che doveva  trascinare lungo gli scalini, uno alla volta. Mah che le era venuto in mente !  Si era fatta convincere da Gigi, il  suo fruttivendolo di sempre,  a prendere tutta quella verdura, troppa davvero. Ma l’aveva vista  così bella e fresca e non si annoiava a passare un po’ di tempo a pulirla, lavarla, cuocerla e metterla da pare per le torte rustiche che i suoi nipoti, quando venivano a trovarla,  sembravano gradire.

Era quasi arrivata a metà della scalinata e guardò verso l’alto con un senso di sfida :“ Ma che credi che non ce la faccio?” mormorò fra sé e sé.

Tutto quel peso che si trascinava dietro non era dovuto solo alle verdure fresche ma a un pacco pieno di stoffe, molti metri, mica pezzette,  che pesavano anche loro un bel po’. Le  ragazze  della merceria che frequentava spesso la conoscevano bene poi  erano giovani, entusiaste, facevano bene il loro mestiere. Erano state convincenti e lei da tanto tempo cercava le stoffe per  fare quel  quilt che aveva visto esposto a Vicenza qualche anno prima, ne teneva una foto ben in vista in casa attaccata sul frigorifero.

Con le amiche più care era andata fino a Vicenza, dove tutti gli anni c’era una fantasmagorica Fiera dell’arte del cucito e del quilting, e in quella fiera , immensa, si era trovata quasi in un mondo di favola, si sentiva bene, sentiva che quello era il suo mondo. Tornata a casa aveva deciso che lo avrebbe fatto e sapeva che sarebbe riuscita a finirlo. Con l’aiuto delle ragazze della Merceria aveva scelto i colori giusti, quelli che amava di più, erano bellissimi e adesso tutte le stoffe stavano dentro il carrello, ben protette da una busta di plastica, pigiate contro le verdure, e pesavano . Però dopo gli scalini c’era una stradina tutta in piano e al confronto era una passeggiata.

Pregustava già con gioia quando ogni mattina, appena sveglia, si sarebbe messa al lavoro, perché erano le ore in cui ci vedeva meglio e si sentiva piena di energia per portare avanti il lavoro . Era eccitata e appagata, tanto che quel dolore che la perseguitava si affievoliva; sentiva di poter camminare come una volta, disinvolta un passo dietro l’altro.

In cima alla scalinata si fermò.

“ Mi verranno dei muscoli formidabili’, pensò divertita guardandosi le braccia, quasi con soddisfazione, “ma devo smettere di portare pesi” Tirò verso di sé il carrello della spesa e lo guardò quasi con amore . Quelle stoffe anche se le avevano fatto un buono sconto, erano costate e avrebbero pesato sulla sua modesta pensione. A questo non ci voleva pensare.

Il lavoro lungo di taglio e cucito che l’attendeva l’avrebbe tenuta occupata per mesi e le avrebbe impegnato la mente, così per un po’ non avrebbe pensato soltanto ai dolori o alle difficoltà o ai contrattempi della vita quotidiana; la casa sarebbe diventata il suo guscio protettivo, avrebbe cucito e si sarebbe sentita felice sola con il suo lavoro. Televisione spenta, solo la radio a farle compagnia. Beh non doveva essere ingrata, le amiche che condividevano con lei la sua passione le stavano vicine, poteva contare su di loro, c’erano dei giorni che il telefono non stava mai zitto.

Finalmente a casa, aperto e richiuso il portoncino appoggiò il bastone da una parte contro il muro del corridoio. Ferma in piedi aveva tirato un lungo sospiro. Per prima cosa aveva tirato fuori dal carrello della spesa il pacco delle stoffe. Non vedeva l’ora di guardarle con calma, una per una, se le voleva gustare comodamente seduta. Le teneva strette tra le braccia . Un po’ traballante raggiunse la stanza in fondo al corridoio; in origine era un salotto destinato alle visite ma col tempo era stata occupata dappertutto da stoffe, giornali, libri e attrezzi per il patchwork. Era la sua stanza da lavoro, il suo laboratorio. Sul vecchio tavolo di faggio troneggiava bianca e imponente la macchina da cucire sua compagna delle ore di lavoro.

“Eccoti qua, e ti pareva, ti sei accomodato proprio bene” così si rivolse al gatto acciambellato sulla poltrona; si era accorto di non essere più solo ma non si era mosso di un millimetro: “ E lasciami un po’ di spazio per favore, dai spostati , c’è posto per tutti e due ! “. L’aveva spostato di peso con il braccio libero e si era seduta. Da una parte il pacco delle stoffe e dall’altra il gatto che, poco interessato, aveva richiuso gli occhi e ripreso a ronfare.

Giovannina adesso sentiva che poteva rilassarsi, sospirò e poi per la stanchezza e l’emozione si lasciò andare, libera, persa nelle sue gioiose fantasie.

Tullia Ferrero, 2015

"Dear Jane" quilt storico, tradizionale

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